| La tradizione vuole che,
al fine di scongiurare durante il Carnevale le continue
sanguinose risse che avvenivano fra arborensi e soldati
aragonesi, che naturalmente erano circondati di odio da
parte dei locali, pieni ancora di livore per la sconfitta
subita e libertà perduta, per cui coglievano l'occasione
del trambusto carnevalesco per accoltellare e stecchire i
dominatori, un canonico istituisse un legato a favore del
Gremio degli Agricoltori, per il mantenimento della
Sartilla e sostenere le spese per il ricco cenone da
imbandirsi ai Cavalieri partecipanti al giuoco.
In si fatto modo il sacerdote
avrebbe pensato di creare un diversivo capace di
strappare il popolo dalle bettole e dal vino, causa delle
risse, e divertirlo senza spargimenti di sangue e funesti
incidenti.
Piova o grandini,
epidemie o guerre, i Gremi non devono sospendere la corsa della Sartilla pena per il Sodalizio
di perdere, ove questa non venisse eseguita, i diritti al
legato. Per tanto
tutti gli anni, alle ore 14 esatte, il corteo mascherato, a cavallo,
deve presentarsi dinanzi alla Cattedrale per dare inizio
al tradizionale giuoco medioevale.
In anni di guerra e di
pestilenze si presentò in piazza il solo Componidore per
fare atto di presenza e salvare, così, il lascito.Come
abbiamo già detto, la Sartilla, fu molto diffusa in
periodo aragonese e ciò è dimostrato dalla terminologia schiettamente spagnola che,
ancor oggi, è in uso per questa corsa che si praticava
anche fuori di Oristano.
Il nome stesso di Sartilla o Sartillia è derivato dallo
spagnolo Sortija che vuol dire "anello ".
Alla Sartilla è preposto
come capo il Componidore, figura anche questa e vocabolo derivati dallo spagnolo
Componedor che era il
Capo, l'arbitro, della Sortija.
Fino a circa
cinquant'anni fa
nella Sartilla oristanese erano severamente osservate le antiche regole
del giuoco che imponevano tassativamente, tra le tante, le seguenti
condizioni:
1) l'altezza dell'anello veniva stabilita dal Componidore
e non poteva essere corretta dai competitori. L'antica
regola spagnola diceva: " este sortija pende de una cuerta o
palo tres o cuatro varas de alto del suelo ".
L'altezza era quindi prestabilita a tre o quattro "varas " misura antica
aragonese da non confondersi con la "vara" asta o pica usata nel giuoco.
2) La direzione della
corsa era assunta interamente dal Componidore al quale
spettava, volta per volta, la designazione del cavaliere
che doveva correre.
3)L'arma, inviata dal
Componidore, doveva essere l'unica da usarsi durante il
giuoco indistintamente da tutti i competitori; nessuno
di essi poteva sostituirla,
in quanto essa doveva essere di egual lunghezza, peso e impugnatura per
tutti i competitori.Finita la corsa il Cavaliere, sempre al galoppo doveva
riportare l'arma
all'Aiutante di Campo.
4) Il Componidore non poteva far correre per due volte un
cavaliere finché non avessero compiuto la prima corsa i
rimanenti cavalieri.Il Componidore, stabilito il turno di
corsa dei competitori non lo poteva più variare; non poteva anteporre o posporre
questo a quel cavaliere nell'ordine e nella sequenza già
stabilito per la prima corsa.Il Componidore di norma apriva la
corsa con lo spadino e con la "vara", il cosidetto "stocco", e non correva più se non per
salutare il pubblico a nome dei cavalieri - con la
cosidetta " Cursa de sa Pippia de Maju " -
corsa della Pupa di
Maggio.
5) Ogni lamento doveva
essere presentato a mezzo dell'Aiutante di Campo al
Componidore, e in sua assenza, se impegnato nella corsa,
al Vice Componidore.
6) il Componidore, sempre
a cavallo, doveva disporsi in uno speciale recinto, a
breve distanza dall'anello e assistere al passaggio
d'ogni singolo cavaliere concorrente - onde giudicare
sullo svolgimento della
corsa - e intervenire al momento opportuno. Gli ordini venivano sempre
impartiti avendo la spada sguainata.
7) L'anello, doveva essere infilato
dalla spada o dalla lancia e recato sulla punta dell'arma per
essere deposto ai piedi del cavallo del Conponidore; l'anello, anche se infilato, ma caduto
nel proseguo della
corsa, era considerato non imbroccato.
8) Nel caso di contestazioni e
qualche cavaliere non si atteneva al giudizio inappellabile dei
Componidore questi ordinava, a mezzo dell'Aiutante di Campo, al Miliziani di Servizio,
l'estromissione dalla gara.
9) Era vietato, secondo le regole spagnole, recare vino
in lizza o ai cavalieri presentarsi in condizioni di esaltazione alcoolica. A
giudizio inappellabile del Componidore qualunque
cavaliere poteva essere escluso dal giuoco, o per
indecorosità, o per
l'espressione della maschera che non poteva essere nè
comica nè comunque scomposta, ma seria e dignitosa, o
per litigiosità.
Il tempo ha apportato, su
questa tradizionale corsa, sostanziali mutamenti, se non
radicali certamente sensibili; e vien di chiederci se le
antiche corse, pur facendosi di carnevale, obbligavano i
cavalieri a mascherarsi.
Molti elementi depongono
negativamente.
Anzitutto la maschera
spoglia della sua personalità il cavaliere che entra in
competizione, e lo priva dell'orgoglio della popolarità. Questo dicasi
perché, fino a qualche decennio, era vietato ai
cavalieri di togliersi la maschera fino a quando non
fossero rientrati a casa. Anzi, per non farsi
riconoscere, in genere, i cavalieri si facevano prestare,
per l'occasione, pur possedendone di pregio e di sangue,
il cavallo da amici di fuori, per mcdo che mancasse ogni
indizio al loro riconoscimento.Tutto ciò depone contro la personalità del cavaliere che, in caso di
vittoria restava sconosciuto, anonimo, il che feriva il
suo personale orgoglio.Anche se nel medioevo si correva
all'anello talvolta
con la celata o
l'elmetto, e quindi a viso coperto, l'onore, in caso di vittoria, andava
allo stemma del casato per cui correva il cavaliere,
rappresentato il casato dallo stemma dello scudo. L'onore
della vittoria veniva quindi attribuito alla famiglia del
vincitore, E questi
sentiva appagato il suo amor proprio col trionfo dei suoi
colori araldici secondo lo spirito dei tempi.
In un gioco eminentemente militare
come la Sartilla, dove si saggia la perizia del
cavallerizzo e dell'armigero, è proprio la personalità
lo spirito di emulazione, che giuocano il loro ruolo psicologico, come
molle che spingono cavalieri e cavalli a prove
d'eccezione, il che contrasta con la anonimità con cui la maschera copre il
competitore.
Propendiamo quindi a
credere che, in origine e nei primi tempi giudicali e aragonesi, la
Sartilla si corresse senza maschera, secondo le antiche
regole militari e che in seguito, per le continue
contestazioni, e il
sorgere di odi e asti tra nobili cavalieri sardi e cavalieri di nobiltà aragonese, i Gremi
organizzatori della Sartilla abbiano disposto di mascherare i competitori, onde mettere il Componidore nella
condizione di applicare la regola del giuoco senza
discriminazione
essendo i cavalieri celati sotto l'anonimato della maschera.
Oltre che a certe regole
del giuoco, s'è variato, oggi, anche il percorso della
corsa che, anticamente, era pericolosissimo per la sua
tortuosità.
Partiva da Porta Mari
fino a Porta Manna attraversando per una lunghezza di
circa 300 m. l'antica
cittadella, insinuandosi tra strette vie, abbordando
svolte a gomito, con un fondo stradale selciato e per
tanto pericoloso per lo slittamento dei cavalli. Non
bisogna dimenticare che si corre in febbraio con per
fondo stradale, allora, un levigato selciato, sempre
umido e untuoso.
Il percorso s'iniziava
dall'attuale Piazza Mannu, voltava per Via Vittorio
Emanuele, voltava ancora per Via Teatro S. Martino, per Piazza del
Municipio per voltare e entrare nella cosidetta Via Dritta, in fondo
alla quale si voltava ancora per infilare la Porta Manna
dove doveva essere forse l'anello. I cavalieri
rientravano in lizza girando a tergo dei bastioni di
ponente e sotto il barbacane di sud per ritrovarsi a
Porta Mari.
Verso il '700 fu variato
il percorso, che è
l'attuale, riducendo il pericolo delle curve a quella
unica dell'attuale chiesa di S. Francesco.
La nomina del Componidore
spettava, e ancora spetta, al Primo Majorale del Gremio
che, riuniti i membri della Giunta, e udito il loro
parere sulla persona cui affidare l'incarico, si recava,
una volta avutane l'approvazione, dalla persona
designata, unitamente alle più spiccate persone del Gremio stesso per formulargli l'invito e la
preghiera d'accettare l'incarico.L'invito avveniva una o
due settimane prima
della Canderola onde consentire all'ufficiato il tempo di
ricercare il cavallo adatto, apprestare la bardatura
nonché compiere l'addestramento suo personale,
trattandosi di una corsa impegnativa che richiedeva
perizia e ardimento.
Il giorno della Canderola
il Primo Majorale col Vice Majorale recava al
Componidore, a nome del Gremio, una ricca candela con i
nastri dei colori del Gremio e così per la Domenica
delle Palme veniva, dal Gremio, portata al Componidore la
Palma, riccamente intessuta e fiorita, con l'ulivo.
Fino a un trentennio fa il Componidore era prescelto
generaImente fra nobili della città. E fra i cavalieri
mascherati non furono rare le donne che Sotto il segreto
della maschera parteciparono agonisticamente alla
Sartilla.
Accettato l'incarico, il
Componidore designava a sua volta il Vice Componidore e
l'Aiutante di campo,
e il Primo Majorale con i membri della Giunta si recavano
dai designati a invitarli, anche a nome del Gremio.
Il Componidore ed il Vice Componidore diramavano, fra i nobili
loro amici e parenti, segreti inviti per partecipare alla
Sartilla, per cui convenivano, il giorno della Corsa,
nobili e signori di Santulussurgiu,
Seneghe, Paulilatino, Ghilarza, Sedilo, Solarussa, Milis,
Busachi, Cabras, ecc. oltre ai nobili dellà città, per
cui era una grandiosa rivista di superbi cavalli
riccamente bardati e
infiocchettati, e ricchi costumi di cavalieri i cui
esercizi sugli impetuosi cavalli mettevano i brividi.
Non mancavano fatti ed episodi che il popolo
ancora ricorda malgrado il corso dei secoli. Si racconta,
ad esempio, che due nobili signori, uno aragonese e
l'altro sardo chiedessero contemporaneamente, ad un
nobile oristanese, la mano della sua bella figlia.
Date le ineccepibili
condizioni morali e sociali, fisiche e culturali di
entrambi, il nobile signore non seppe a chi, dei due,
dare il consenso; per cui prese una singolare
determinazione,
comunicando ai pretendenti che la mano di sua figlia
sarebbe stata concessa a cului che, fra i due, avrebbe alla Sartilla
imbroccato, in maggior numero di volte, l'anello.
Altri fatti ed episodi si
raccontano e sarebbe quindi fuori posto farne un elencazione. Basti ricordare che nel Carnevale del 1829 S. A. R. il Principe Eugenio di Carignano si entusiasmò della Sartilla
alla quale in quell'anno parteciparono sessanta nobili
cavalieri,
Componidore il Marchese
di Milis.
Il nome del Componidore, del Vice Componidore, e dell'Aiutante venivano tenuti in massimo segreto
e nessuno,
all'infuori degli invitati e dei cavalieri sapeva i loro
nomi.
Il giorno della corsa
alle ore 12 circa il Componidore si presentava in casa del Primo
Majorale del Gremio
ricevuto sulla soglia dai membri direttivi del Gremio.
Dopo essersi appartato in
una stanza particolare e indossata la camicia ricamatissima del Componidore, infilati i calzoncini corti di
rito di pelle scamosciata
color miele e gli stivaloni
che anticamente dovevano
essere i "borzacchinos", pur essi di pelle, usciva nella sala d ingresso, dove era
approntato un ampio tavolo cosparso di fiori e chicchi di grano.
Sul tavolo, circondato da
scelte ragazze in costume, veniva, e tuttora viene
ricoperto del rimanente abbigliamento, mentre si suonano
le "launeddas" tra libazioni e motteti augurali.
Non staremo qui a
descrivere dettagliatamente il costume del Componidore che ha subito
nel corso dei secoli delle modifiche, diremo che esso e' attualmente il costume del '700 dell agricoltore del nostro
Campidano e degli artigiani, con il coietto, ossia il
giaccone di pelle scamosciata
dello stesso colore dei calzoni arricchito da fermagli d'argento che lo chiudono, ai fianchi stretto
da un largo Cinturone di pelle tenuto da una ricca fibbia d'argento.Il coietto, questa sorta di giacchettone, mette i mostra le maniche candide della camicia strette da nastri di seta rispettivamente di color
bianco, rosso e azzurro: i colori della città d'Oristano e della
Sardegna, d'Aragona e di Arborea creando così nelle
maniche tre sbuffi che ricordano il costume del '600.
La maschera di legno
viene assicurata, oltre che dai soliti legacci, da un
colorato fazzoletto di seta che fascia l'orlo superiore
della maschera e la
fronte del cavaliere annodandosi dietro, sulla nuca.
Sulla testa vien posto quindi un
velo bianco, ricamato
di forma quadrata, ma
piegato a triangolo, con le nocche più lunghe scendenti sul davanti e fermate sotto la maschera da un ricco fermaglio
d'oro.
Su questo femmineo,
vaporoso velo vien assicurato, sul capo, un lucido
cappello a cilindro; la vestizione non è ancora completata:
sul petto vien applicata una candida camelia con due foglie verdi.
Ora s'approssima il Primo
Majorale e gli offre la spada che egli tocca con la
destra, gesto che ha il simbolo di un giuramento , e una
fanciulla gliela assicura al fianco.
Quest'ultimo rituale è
stato oggi soppresso,
ma lo ricorda un nobile oristanese, il Carta in una sua breve storia
sulla città di Oristano.
Per ultimo venivano in
passato, al Componidore, applicati gli speroni d'argento.
La vestizione è
ultimata.
Vien condotto entro sala
il cavallo riccamente
bardato, e approssimato al tavolo; il Componidore monta
in sella. Dal tavolo monta e sul tavolo dovrà smontare a
Sartilla ultimata; da
quell'istante egli non potrà più mettere piede in terra
e sarà per lui
scorno, e cattivo auspicio per tutti, se verrà
disarcionato o cadrà di sella per imperizia.
Gli viene subito
consegnata la cosidetta Pippia de Maju (Pupa di Maggio)
una sorta di scettro, lungo circa 40 cm. composto da un
fascio di pervinca
avvolto in una fettuccia di seta color viola , le
estremità dello scettro sono ornate di due grossi,
odoranti mazzi di viole mammole.
Ricevuta la "Pupa" fiorita, preannunzio
della primavera, il Componidore segna nell'aria con la
destra, un'ampia croce sulla famiglia del Primo Majorale,
sugli astanti membri di Gremio e sulle ragazze che
l'hanno vestito. E' un' attimo d'intensa commozione; gli
occhi luccicano, qualcuno piange, le vecchie invocano la
Madonna a protezione della sua vita.
Il Componidore si riversa subito dopo,
supino, sulla groppa del cavallo e allunga le gambe sulle staffe
guidando il cavallo verso l'uscita. E' questo un gesto
simbolico a significare, così come escono i morti con le gambe in avanti dalle
nostre case, di esser pronto a gettare la sua vita per il
Gremio.
Innanzi alla porta s'è intanto radunata la folla e sono
giunti tutti cavalieri partecipanti alla Sartilla.
Superata la soglia, il
Componidore si erge nuovamente sulla sella e, fermo dinanzi all'uscio, segna col suo
scettro fiorito tre croci per l'aria,- una alla destra, una al centro
l'altro alla sinistra della folla; esplodon gli applausi
e si lanciano benedizioni e invocazioni a Dio e alla Vergine per la sua incolumità. Si
odono nitriti di cavalli, rullio di tamburi, invocazioni e saluti,
scandire di argentine sonagliere: tutto un ribollire di vita e di colori.
Mai folklore sardo ha
raggiunto così alta sinfonia cromatica!
Il corteo si dispone per
raggiungere il Duomo; alla destra del Componidore si
colloca il Vice Componidore, alla sinistra l'Aiutante d
Campo.
Sei tamburini appiedati aprono col loro rullare il corteo e dietro ad essi viene la bandiera del
Sodalizio, sormontata da un grosso fascio di spighe e ornata di decine e decire di
variopinti nastri di
seta che al vento e
al sole annunziano con gaiezza il policromo corteo.
Dietro la bandiera viene il Primo Majorale, con al fianco il Vice Majorale e altri membri del Gremio che recano le spade, lo "stocco", una sorta di asta, e la stella.
Dietro il Primo majorale incede imponente sul suo
cavallo brioso il Componidore con il suo seguito
partecipante alla Sartilla, in genere trenta o quaranta, si contarono persino sessanta
settanta cavalli tutti riccamente bardati, strigliati e lucidi, ricoperti di argentine sonagliere e di multicolori coccarde, nastri, fiocchi di seta con sottoselle variopinte, capolavori dei nostri antichi
telai rustici.
Fatto rimarchevole le code dei cavalli vengono
raccolte e legate all'uso italico e non spagnolo.
E questo può essere un seppure
modesto ricordo della Sartilla dell'epoca pisana.
Alle ore 16 generalmente il corteo raggiunge
la piazza del Duomo,
e si da' inizio alle
corse.
Il Padre Vittorio Angius , scrittore dell'800, e che intorno al 1835 visitò Oristano, così descrisse la Sartilla Oristanese :
"La Sartilla o Giostra chiamasi il giuoco dell anello che si costuma in Oristano la Domenica e il Martedi di Carnevale.Il capo di siffatto torneo veste il coietto, calzoni corti di pelle, stivali ed ha un fazzoletto sotto il cappello e una maschera di legno verniciata di verde nella domenica e color scuro il martedì'. Il luogo dello spettacolo è presso la cattedrale, ed ivi in mezzo al popolo muovono al galoppo da una parte il capo, dall'altra il Sotto capo della corsa scontrandosi sotto la corda che ha
pendente la stella o l'anello nel quale si deve
imbroccare, incrociando le spade.Dopo questo primo atto i
torneanti uno dopo
l'altro, spronando alla corsa i destrieri tentano
infilzar l'anello,
quindi lasciata la spada prendono la lancia e ripetono la prova."
Da quanto ha lasciato
scritto l'Angius si desume che, come abbiamo già
osservato, oltre al giuoco dell'anello si praticasse
ancora una parvenza di giostra con l'incrocio delle
spade, eseguito con i cavalli lanciati a spron battuto
anziché a passo, come oggi avviene, con una specie di
pantomima che sa troppo di carnevalesco!
E' anche questo, un
esercizio che bisognerà rimettere in uso anche perché,
oltre che bello, deve ricordare l'originaria giostra che
precedeva il giuoco dell'anello.
La questione del colore
della maschera, verde
la domenica e oscura il martedì, ci fa pensare a colori
rappresentativi dei Gremi concorrenti alla Sartilla. Il
colore nella maschera forse aveva un simbolo, riferito o al colore nobiliare del
Componidore o al
colore del Gremio. E' questo un punto che ci ha posto
dinanzi a molte perplessità e induzioni.
Attualmente la maschera
è di legno, ha un colore carneo, con una vis
quasi femminea, seria, composta e viva al contempo, e
tutte le maschere dei cavalieri, che anticamente erano di cera, avevano una stretta somiglianza
con quella del Componidore.
Mai è stata usata la
mezza maschera come qualche cavaliere, in questi ultimi
anni ha voluto innovare. Esempio che dovrebbe essere
stroncato.
I costumi dei partecipanti alla
Corsa, nel passato, dovevano essere gli sfarzosi e ricchi
costumi della Spagna nobile e cavalleresca fra i quali si
mischiavano i non meno cromatici costumi del popolo delle
diverse contrade dell'isola.
Di come ci informa
l'Angius la maschera del Componidore ha subito, in un
secolo, la sua piccola variante: al posto del fazzoletto,
sul capo v'è oggi il velo e al posto del cappello il
cilindro, con l'andar
degli anni il Componidore ha subito, nell'abito,
l'influsso sociale e dell'elemento che l'ha impersonato.
Inizialmente vestito da
un agricoltore o da un artigiano, il suo abito è andato, per seguire
forse la galanteria,
a ricoprire le spalle del nobile signore che, a mezzo '800, ha lasciato sulla verde maschera
il suo cilindro e sul petto del coietto, il carnoso, bianco fiore
senza profumo, simboli
prediletti dell'età romantica dei Duval e delle languide
Margherite, Signore delle Camelie.
Oggi la candida camicia
ricamata di lino del Componidore più non profuma di
spigonardo come un giorno, ma di ircici acrori, calidi di
volgarità.
Ciononostante quella del
Componidore è una bellissima maschera, dove, in superba,
elegante armonia, sono amalgamate e rappresentate tutte le epoche e tutte le fasce sociali del nostro popolo; la
gentilezza femminea è data dal suo velo, la, gaia
ruralità del suo coietto,così come, allo stesso tempo,
rappresenta col cilindro la nobiltà e il rurale
mietitore col giaccone di pelle; l'uomo dei campi di pace
e l'uomo dei campi di battaglia; la stirpe romantica e la
gente cavalleresca di questa guerriera città giudicale.
Veniamo alla Corsa, ove
gli ultimi cavalieri entrano in lizza a misurarsi coi
precedenti competitori che finora non hanno ancora
imbroccato; la folla reclama, rumoreggia: vuole da essi
la prova di perizia.
L'Aiutante di Battaglia
reca la spada a un cavaliere in costume di Oliena, dal
corsetto di fiamma, dall'ampie braghe di lino candido,
dagli azzurri e vermigli sgargianti del costume sfarzoso;
cavalca un focoso grigio pomellato, dai garretti asciutti
e dalle gambe nervose, i cui zoccoli raspano
incessantemente il terreno.
Il cavaliere saluta il
Componidore e parte al trotto all'estremo limite della
lizza; scompare tra la folla che l'applaude. Poco dopo
uno squillo e il rullio dei tamburi annunziano la sua
partenza. Si ode lontano
la folla urlante e la sonagliera, ecco appare,
s'avvicina, il cavallo è lanciato a tutta carriera, con
le froge dilatate:
gli zoccoli sprizzano scintille sul nero selciato; il
cavaliere trascina lo
stame variopinto di centinaia di stelle filanti che gli
hanno lanciato al volo dai marciapiedi assiepati di gente
e dai balconi stipati; è superbo e bellissimo.
S'avvicina all'anello; col braccio destro teso stringe la
spada diritta e luccicante; mira, si sposta appena,
s'approssima: un urlo prorompe da migliaia di petti. la
stella d'argento. infilata, rotea intorno alla lama
lampeggiante, imbroccata in pieno.
La corsa volge al termine, sulla torre
campanaria del Duomo scoccano le 18. Il Componidore rinfodera la
spada. si stacca dal gruppo dei cavalieri. e cinge lo
scettro fiorito che gli appresta l'Aiutante di Campo e,
tra gli applausi e le urla di saluto della variopinta
folla, percorre a passo la lizza, segnando croci a destra
e a manca sulla folla plaudente. Si avvia all'estremo
capo della Lizza; si
ferma. Volta il
cavallo; uno squillo di tromba squarcia l'aria e rullano
i tamburi, altri squilli fanno eco lontano. La folla
ammutolisce. è il momento più solenne della corsa. Il Componidore sprona e il
destriero parte, ventre a terra; s'odono solo i suoi
zoccoli battere frenetici sulla lizza accompagnati dal tintinnio
argentino della sonagliera. Vien la pelle d'oca; il
Componidore è lungo riverso sulla groppa del cavallo,
come un morto, simboleggiando il Carnevale morente. Col suo
scettro di viole segna l'aria di ampie croci sulla folla:
è l'addio.
Il cavallo passa come un
fulmine tra la folla impietrita, supera la linea della
stella, fila dritto; ecco che abborda la "curva
maledetta, ove si sfracellano cavalli e cavalieri; rigido,
sempre coricato sulla groppa, la supera.
La folla respira: la prova della "Corsa del Morto" è superata mirabilmente con perizia e
maestria degna di tutto l'elogio di questo popolo Nostro nato, si può dire, a
cavallo.
Un urlo sale allora dalla folla appagata
e lieta: tutto bene, gli auguri si intrecciano fra parenti, amici e conoscenti: "a medas annos" a molti anni
con salute!
La Sartilla è finita, la
folla sciama per le vie diretta alla corsa della
Pariglia.
L'augurio nostro è che
essa non muoia mai; mai!
Perché la domenica o il
martedì di Carnevale in cui non si udranno per le strade dei
borghi oristanesi il rullio dei tamburi e il nitrire
gioioso dei cavalli allegrati dalle sonagliere d'argento,
annunzianti la Sartiglia, il corteo multicolore del Componidore, quel giorno Oristano potrà
piangere la perdita di un caro e prezioso ricordo
giudicale, la distruzione
di una fresca e palpitante pagina della sua antica vita
militare, un luminoso raggio di Folklore, la morte della
più antica, gentile e cavalleresca maschera della terra di
Sardegna; patrimonio storico che altri popoli le
invidiano anche per quelle glorie nazionali ch'essa sa
rievocare, ogni anno, ai postumi concittadini del grande Mariano II d'Arborea invitto Capitano delle
Milizie Arborensi, grande Giudice del grande popolo
nostro.
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